Il grande Est (06/2016)

In questa edizione del notiziario mensile ci occupiamo quasi esclusivamente delle conseguenze della Brexit sulla “nuova” Europa, con un’attenzione particolare all’Europa Centrale, com’è nostra abitudine. Cura questa parte Lorenzo Berardi. Per il resto, come al solito: i nostri articoli, le analisi della stampa (estera e italiana) e tanta economia.    

EUROPA CENTRALE  

Il quadro generale – L’inattesa uscita del Regno Unito dall’Ue a seguito del referendum del 23 giugno preoccupa, e non poco, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Da un lato i governi centro-est europei temono le ripercussioni economiche e commerciali della Brexit. Dall’altro, l’esito del voto britannico potrebbe ridare voce a istanze populiste e contrasti con l’Europa. Infine, ci sono i timori legati a un’egemonia franco-tedesca a Bruxelles dato che i quattro di Visegrad ritengono Londra il proprio principale alleato strategico nell’UE, come sottolineato nell’analisi post-referendum di Bne Intellinews.

Le ricadute su commerci e cambio – L’allontanamento del Regno Unito dall’Ue rischia di avere pesanti conseguenze sull’Europa centro-orientale. Oggi Londra è la terza destinazione nel mondo per l’export polacco, la quarta per quello ceco, settima per quello ungherese e l’ottava per le esportazioni slovacche: lo ricorda Visegrad Insight. In ottica valutaria, invece, l’esito del referendum britannico ha avuto pesanti ripercussioni su zloty polacco, corona ceca e fiorino ungherese.

Come sfruttare il Leave – Per quanto riguarda le pulsioni populiste, e in particolare il modo in cui la Brexit è stata strumentalizzata in questo campo, è East Journal fare il punto della situazione. In Slovacchia i neonazisti di Kotleba (SNS) hanno accolto con soddisfazione la vittoria dei Leave britannici e suggeriscono un voto nazionale sull’Ue. Simili anche le reazioni della destra populista ceca di Alba-Coalizione Nazionale, come ricordato da Ceske Noviny. In Ungheria, invece, è possibile che l’onda lunga di Brexit influenzi il referendum voluto dal premier Orbán sulle quote rifugiati europee, che si terrà a settembre. La Polonia, invece, potrebbe approfittare di un’Ue più debole per ottenere concessioni su clima ed energia, salvaguardando il proprio settore carbonifero. Un po’ tutti, poi, chiedono una revisione dei Trattati europei. La Polonia, in particolare, vuole riscriverli per far sì che venga blindata una forma di Europa fondata su un’associazione tra Stati-nazione.

Tutto questo non va confuso con desideri di separazione dall’Unione. Non a caso, il 27 giugno i ministri degli Esteri di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia riuniti a Praga hanno ribadito il proprio sostegno all’Ue e agli ideali europei. Il tutto mentre il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, ha proposto di convocare una riunione degli ora 27 Stati membri il 16 settembre a Bratislava. Se ne parla su Buongiorno Slovacchia. E da qui passiamo alla rassegna per i singoli paesi: su Brexit e non solo.

Manodopera di ritorno e frenata del Pil – In Polonia, sino a 400mila cittadini oggi nel Regno Unito per lavoro potrebbero tornare a seguito di Brexit: lo riferisce Radio Poland, citando un’inchiesta del quotidiano Rzeczpospolita. Un addio che avrebbe un impatto economico rilevante sia per Londra che per Varsavia. Nel 2015, infatti, i circa 850mila polacchi d’Oltremanica hanno trasferito 1,1 miliardi di Euro in Polonia. Uno studio di Morgan Stanley mostra come il Pil polacco possa subire un brusco rallentamento nel 2017 a seguito di Brexit, crescendo dello 0,9% anziché del 3,9%: lo evidenzia The Warsaw Voice.

La Cina si avvicina – La recente visita del presidente cinese Xi Jinping in Polonia è stata l’occasione per siglare una quarantina di accordi bilaterali fra Pechino e Varsavia, come riferito da The Diplomat. Fra i più importanti quelli riguardanti l’incremento degli interscambi lungo la Nuova Via della Seta, collegamento ferroviario fra Europa ed Estremo Oriente. Fra le merci che transiteranno su rotaia fra Cina e Polonia vi saranno tonnellate di mele e di carne di manzo polacche, bypassando così l’embargo russo vigente su molti prodotti alimentari made in Poland.

La stagione delle riforme – Il parlamento polacco ha approvato la creazione di un Consiglio Nazionale dei media che supervisionerà la televisione pubblica TVP, Radio Poland e l’agenzia di stampa PAP. Una decisione che segue la prima parte della riforma dei media di Stato avviata nel gennaio scorso e che era stata contestata dalle istituzioni europee e dal Comitato per la difesa della democrazia (Kod), il gruppo civico che ha coordinato molte delle proteste anti-governative di questi ultimi mesi.

Nel frattempo, il presidente polacco, Andrzej Duda, ha firmato il testo della riforma della legge anti-terrorismo polacca già approvata dal parlamento di Varsavia. Fra i punti salienti della nuova legge, la possibilità di vietare manifestazioni pubbliche in date ritenute a rischio ordine pubblico. Il governo polacco potrebbe avvalersene sia in occasione del summit Nato dell’8 e 9 luglio a Varsavia che durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, fra il 25 e il 31 luglio. Il focus di Radio Poland.

Investimenti in arrivo – Ammontano a quasi 8 miliardi di Euro gli investimenti che il Ministero dello Sviluppo polacco promette di sbloccare nei prossimi mesi. Fra gli 840 progetti, ve ne sono 40 stranieri fra cui quello di Mercedes-Benz che punta a costruire un nuovo stabilimento nel Paese. Lo riferisce The Warsaw Voice.

 

Consulta L’Eco di Varsavia, il nostro servizio mensile di informazione economica sulla Polonia. 

 

Fiorino, turismo e prospettive economiche – In Ungheria, il primo effetto concreto di Brexit sull’economia è stato l’indebolimento del fiorino. Preoccupazioni provengono anche dagli operatori turistici, che prevedono un calo dei turisti britannici in Ungheria a seguito del crollo della sterlina. Timori anche di un lieve rallentamento della crescita economica di qui al 2020 a seguito della progressiva uscita di Londra dall’Ue. Mentre non dovrebbero esserci contraccolpi sui fondi europei assegnati all’Ungheria, come riporta Hungary Today.

Record di occupati – Secondo i dati dell’Ufficio statistico nazionale, la percentuale di disoccupati magiari è scesa al 5,5% nel secondo trimestre dell’anno. Si tratta del valore più basso degli ultimi 13 anni in Ungheria e di un successo parziale per il governo Orbán.

Uber illegale – Il13 giugno il parlamento di Budapest ha approvato la legge che mette al bando il servizio offerto dalla app statunitense a seguito delle proteste dei tassisti ungheresi. L’autorità nazionale dei trasporti ha ora un anno di tempo per bloccare Uber e servizi similari. La notizia su Hungary Today.

Tra Czexit ed Eurozona – In Repubblica ceca si (ri)parla di Czexit. L’ipotesi di un referendum analogo a quello britannico era stata ventilata a febbraio dal premier ceco Sobotka, che aveva poi corretto il tiro. Di certo, o quasi, c’è che l’uscita di Londra dall’Europa potrebbe rallentare l’ingresso della Repubblica Ceca nell’Eurozona. Potrebbe avvenire entro il 2020, anche se il tema non è mai stato affrontato con il giusto piglio dal Parlamento. Secondo Radio Praga, tuttavia, Brexit potrebbe anche avere l’effetto opposto, accelerando l’adozione dell’Euro, così da evitare un’ulteriore svalutazione della valuta nazionale, la corona.

Cresce il settore automobilistico – Nei primi cinque mesi di quest’anno la produzione di autovetture nella Repubblica Ceca è cresciuta del 13% rispetto allo stesso periodo del 2015, sfiorando le 595mila unità. Segno più anche per le esportazioni di automobili e furgoni “Made in Czechia”, aumentate del 7,5%. Il 2016 promette di superare il record di 1,3 milioni di autovetture prodotte negli stabilimenti cechi stabilito l’anno passato. Se ne parla ancora su Radio Praga.

Sì alle adozioni per coppie dello stesso sesso – La Corte Costituzionale ha definito discriminatoria la legge che impedisce a coppie di fatto lesbiche e omosessuali di adottare figli. Le unioni civili fra persone dello stesso sesso sono consentite in Repubblica Ceca sin dal 2006, ma le adozioni restano, al pari delle nozze, illegali. Lo riferisce il Visegrad Post.

Una presidenza Ue delicata – Dal primo luglio la Slovacchia ha assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’UE. Come ricordato dallo Slovak Spectator, questo incarico significa che toccherà a Bratislava avviare e guidare la discussione sul futuro della nuova Ue a 27, orfana del Regno Unito.

Economia in salute – Secondo le previsioni del Ministero delle Finanze, l’economia slovacca crescerà del 3,2% quest’anno, e forse con un ritmo del 4% e oltre nei prossimi. Positivi anche i dati su domanda interna ed esportazioni. Se ne scrive su Buongiorno Slovacchia. Le stime, tuttavia, sono state rese note prima del referendum britannico e non tengono conto dell’impatto del voto sull’export Oltremanica, così come del possibile impasse degli investimenti britannici nel Paese.

Investimenti Jaguar in standby – Un primo effetto di Brexit è che il colosso automobilistico britannico Jaguar Land Rover (JLR) – di proprietà dell’indiana Tata Motors – dovrebbe congelare i propri piani per investire in Slovacchi. Lo riporta il Guardian. Nel dicembre 2015 JLR aveva approvato la costruzione di un impianto da 1,2 miliardi di Euro capace di produrre 300mila autovetture l’anno nella città di Nitra. L’investimenti vale un punto di Pil per la Slovacchia. Più possibilista in merito il premier slovacco Fico, convinto che il colosso automobilistico anglo-indiano non farà marcia indietro e terrà fede ai propri impegni.

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EX URSS 

Il rimbalzo a Mosca – La Brexit non è solo una questione europea, ma interessa anche la Russia. Le conseguenze sul breve e sul lungo periodo dell’uscita dalla Gran Bretagna dall’Europa, con il Regno Unito che rischia di implodere e l’Ue di spaccarsi definitivamente, sono giudicate a Mosca in maniera meno catastrofica che in Occidente. Soprattutto dal punto di vista geopolitico alla Russia sta bene che sulla scacchiera euroasiatica alcuni attori si indeboliscano e altri inevitabilmente si rafforzino, anche solo di riflesso. L’intera analisi su Lettera43. Anche Secondo l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul, autore di un approfondimento sul Washington Post, la Brexit fa bene a Vladimir Putin.

Ancora sanzioni – A Mosca rimane però irrisolta la questione delle sanzioni Ue. Anche con la Gran Bretagna in uscita, i provvedimenti restrittivi adottati contro la Russia a causa della crisi ucraina sono stati prolungati dall’Unione Europea per altri sei mesi (Wall Street Journal). A Bruxelles sembra però venir meno quella unità che sino ad oggi a permesso di mantenere la linea dura, e con lo stallo a Kiev è altamente probabile che tra sei mesi le sanzioni vengano quantomeno ammorbidite, se non eliminate. Anche in Germania il dibattito è aperto e nel governo le resistenze contro Angela Merkel aumentano.

Fronte italiano – In Italia, con diverse regioni che hanno adottato simboliche risoluzioni filorusse (dopo il Veneto è arrivata la Liguria) e le proteste di associazioni colpite dalla sanzioni, cresce la pressione sul governo di Matteo Renzi, che da un lato segue quello che si decide a Berlino e Bruxelles, e dall’altro mantiene un binario privilegiato con Mosca, come dimostrano gli accordi firmati al Forum di San Pietroburgo a metà giugno.

Kiev ancora in rosso – L’Ucraina non ha ancora risolto i suoi problemi di liquidità e l’accordo per lo sblocco del programma di aiuti del Fondo monetario internazionale non è stato ancora raggiunto. Forse arriverà a luglio (Ukraine Today). Intanto il premier Voldymyr Groysman ha annunciato di voler portare il suo Paese nell’Unione Europea tra dieci anni.

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BALCANI E TURCHIA

Europa più lontana – Anche nel sudest europeo ci si interroga su quali possano essere le conseguenze della Brexit in chiave regionale. Reuters indica che è diffusa l’idea che i mille dubbi aperti dall’uscita del Regno Unito portino Bruxelles a distogliere un po’ di attenzione dal processo di allargamento.

La Freedom House esprime lo stesso concetto, ma in modo più drastico. Il noto think tank americano ritiene che i Balcani perdano un grande sponsor, e che l’apparato burocratico di Bruxelles andrà concentrandosi nei prossimi anni nella gestione dell’uscita del Regno Unito. Il processo di integrazione dell’ex Jugoslavia e dell’Albania si bloccherà, di conseguenza.

Referendum alla Erdogan? – Anche in Turchia prevalgono le analisi di natura strategica, anche perché il peso britannico in chiave di export e investimenti è, come nei Balcani, ridotto rispetto a situazioni quali quelle della Russia o dell’Europa centrale. Alla stregua dei Balcani, anche la Turchia, senza Londra, rischia di perdere un alleato importante per il processo di adesione all’Ue, che registra l’apertura di un nuovo capitolo negoziale (budget e finanza). Resta solo da capire, scrive Al Monitor, se il presidente Erdogan intende davvero ancorare più saldamente il Paese all’Europa. E la risposta, per ora, non è “sì”.

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